25 Aprile FESTA DELLA LIBERAZIONE

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25 Aprile 2026

Il 25 Aprile non è una festa del passato, ma la manutenzione del presente.

Cos'è

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DISCORSO PER IL 25 APRILE GIORNO DELLA LIBERAZIONE 

 

Buongiorno a tutti i presenti! Siamo qui per scelta e per rappresentare  l’Istituto di Istruzione Superiore Cristoforo Marzoli

 

Il 25 Aprile non è una festa del passato, ma la manutenzione del presente. 

Spesso commettiamo l’errore di considerare le date del nostro calendario civile come capitoli di storia ormai chiusi.                    

Guardiamo al 25 Aprile come ad un ricordo sbiadito, di altri tempi, affidato esclusivamente alla custodia di musei e lapidi. 

Ma la Liberazione non è un semplice evento “fossile”. 

Sostenere che il 25 Aprile non è una festa del passato, significa comprendere una verità fondamentale: la libertà non è una conquista che si possiede una volta per tutte, ma è come un organismo vivo  – che respira. 

Se la Resistenza è stata la fondazione della nostra casa comune, oggi a noi non spetta solo il compito di ammirarne le fondamenta, ma quello appunto di occuparci della sua manutenzione. 

In architettura, la manutenzione è ciò che impedisce al tempo di degradare la struttura. Nella democrazia, la manutenzione è l’impegno quotidiano che impedisce all’indifferenza di corrodere i diritti e la dignità umana. 

Non siamo qui per una commemorazione statica, ma per un rinnovo di responsabilità. Il fascismo non fu solo un regime, ma un modo di pensare basato sulla sopraffazione e sul silenzio del dissenso. Manutenzione del presente significa allora tenere alta la guardia contro ogni forma di prevaricazione, vecchia o nuova che sia. 

  • Oggi pensiamo alla libertà come ad un traguardo raggiunto, tuttavia

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale, quando comincia a mancare”                Pietro Calamandrei 

  • Le scelte fatte dalle persone: la resistenza non é stata un movimento di massa uniforme, monocolore, ma una serie di scelte coraggiose fatte da persone diverse, con idee diverse.

Chi vive il 25 aprile lo fa perché vuole dire “NO” all’ingiustizia 

Oggi siamo qui per dire di no all’indifferenza, al cinismo e alla tentazione di delegare le responsabilità ad altri. 

  • Fare manutenzione del presente significa leggere e applicare la Costituzione nella vita di tutti i giorni 

Non siamo qui pertanto a celebrare una vittoria conclusa, ma per rinnovare un “contratto di cittadinanza”.                                                              Il 25 Aprile ci insegna che la storia non cammina da sola: ha bisogno delle nostre gambe. 

  • Antonio Gramsci ha detto: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

 

  • Beppe Fenoglio ha scritto: “Sempre sulle lapidi, a sinistra il nome di un partigiano, a destra il nome di un repubblichino. Ma tra i due nomi c’è un abisso, e quell’abisso si chiama libertà.” 

 

E lo stesso Piero Calamandrei ha affermato (dal discorso ai giovani, 1955):

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.”

 

Concludiamo il nostro intervento con due testimonianze dei condannati a morte della Resistenza, a cui segue un breve commento.

Oggi, nel celebrare il 25 aprile, vogliamo dare voce a chi non ha potuto continuare a parlare, ma ci ha lasciato parole che attraversano il tempo. 

Dalle “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”, di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli. 

La prima testimonianza è di Paola Garelli, detta “Mirka”, una giovane partigiana di vent’otto anni, nata nel 1916, che scrive una lettera alla figlia nella Federazione Fascista di Savona, poco prima di essere fucilata senza processo nel 1944.

Mimma cara,

la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia e ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.

Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi

                                                                               la tua infelice mamma

Quando sarai grande capirai meglio

Una frase semplice, ma profonda. Dentro c’è la consapevolezza che alcune scelte non possono essere spiegate fino in fondo a chi non ha ancora gli strumenti per comprenderle. Mirka sa che sua figlia, in quel momento, vedrà solo l’assenza, il vuoto, forse l’ingiustizia. Eppure le affida una verità che maturerà col tempo: che quella perdita non è stata vana, che dietro quel sacrificio c’era un ideale più grande, la libertà. Capire “meglio” significa proprio questo, riconoscere il peso delle scelte di chi ci ha preceduto e accettare che il bene più grande, a volte, nasce da rinunce enormi. 

E allora quella promessa non è solo tra una madre e una figlia, ma tra passato e presente. 

Sta a noi, oggi, essere all’altezza di quella comprensione.

Sta a noi dimostrare che siamo diventati “grandi” abbastanza da non dimenticare. 

Sta a noi da dare senso a quel sacrificio.

Sta a noi custodire e difendere, ogni giorno, la libertà che ci è stata consegnata.

Rinaldo Simonetti, 18 anni. 

Cari Genitori,

perdonatemi il mio passato. Vi mando qualche ricordo; muoio per la salvezza dell’Italia. Vendicheranno il mio nome. Voliate bene a Luciano e a Bruna. Addio per sempre. Ciao papà-mamma”

Vostro Rinaldo

La frase muoio per la salvezza dell’Italia” racchiude in sé un sacrificio totale, una decisione che trascende l’individuo per diventare parte di una lotta collettiva. Rinaldo non sta solo combattendo per una causa politica, ma per il destino della sua patria, per un’Italia libera dalla dittatura e dall’occupazione straniera. La sua morte non è vana, ma il sigillo di un impegno che va oltre la sua esistenza.

Rinaldo, anni 18, era un apprendista nato a San Colombano Certenoli (Genova) l’11 maggio del 1926. Dal luglio 1944 entra a far parte della Divisione Garibaldi; venne catturato l’11 febbraio 1945 a Genova, tradotto nelle carceri di Chiavari dove fu torturato. Il processo venne svolto il 2 marzo 1945 ed egli fu fucilato la sera stessa. 

Grazie!

Buon 25 aprile dalle studentesse della classe 3F LSU dell’IIS Marzoli – 

Anna, Israa, Martina, Anita, Mirea, Emma B, Chiara, Emma C. .

Destinatari

alunni, personale e cittadinanza

Costi

Evento Gratuito

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